Grotta. Gita a Costigliole di Saluzzo con Ugo e Pierino. Pinuccio assente giustificato. Giornata dolce e azzurra, con merenda dietro la chiesa di Santa Cristina e vista sull’imbocco della Val Varaita: Piasco, Rossana, Venasca. Da ragazzi, nelle lunghe vacanze estive, qui di cose se ne sono fatte parecchie. Tra tante, eccone una. L’esplorazione della grotta di Rossana è una mitica impresa della Banda dei Tre (Giuseppe Romagnoli detto Pinuccio, Ugo Monasterolo poi detto L’Ingegnere e Piero Bianucci detto Il Picchio per via del naso).
Mitica ma oscura, per la verità, in quanto impresa nota soltanto ai suoi ardimentosi protagonisti, e ora, con la memoria resa sfocata dai cinquant’anni intercorsi, oscura anche per loro. Si può provare però a ricostruire qualche brandello della vicenda. L’anno era probabilmente il 1962, quello prima dell’esame di maturità (il che assicura già una attenuante). Da tempo i tre ronzavano intorno a una caverna che si apriva poco fuori paese, dove la via principale del Comune di Rossana finisce e inizia la strada della Colletta. L’antro era breve e da molti veniva svilito a luogo appartato dove dare sfogo a esigenze corporali. Era anche poco accessibile, perché attiguo a una cava dismessa o che stava per diventarlo. Diciamo che permaneva comunque una lasca sorveglianza municipale diretta a impedire l’accesso. Ciò ovviamente non tratteneva la Banda dei Tre dal violare abitualmente l’antro, e dallo studiare con insistenza una sorta di ferita trasversale nella roccia sul fondo della caverna, dalla quale spirava – o almeno così ci sembrava – un’aria fresca e umida, come di cantina. Quell’apertura, inclinata di una trentina di gradi, lunga forse un paio di metri e alta al massimo una quarantina di centimetri, non poteva non invitare a una penetrazione tre giovanotti robusti e curiosi (il dottor Freud, se fosse qui, in proposito avrebbe certo dei commenti da fare). Sicché si decise di procedere. All’epoca di speleologia nessuno di noi sapeva nulla, né in teoria né in pratica (anche adesso è così, ma ciò è irrilevante ai fini della storia). Ci si arrangiò quindi con quelle poche nozioni che potevano venire dalla lettura delle «Avventure di Tom Sawyer» (1876) dove, negli ultimi capitoli, Mark Twain (1835-1910) racconta appunto dei suoi eroi smarriti in una grotta. Si decise di lasciare L’Ingegnere (lo sarebbe diventato sei anni dopo, ma il destino incombeva) di guardia accanto alla feritoia, sia per fare il palo sia eventualmente per lanciare l’allarme in caso di prolungata scomparsa degli speleologi. I quali furono, come è facile intuire, Pinuccio e Il Picchio. L’attrezzatura era ridotta al minimo: una pila piatta che dava un cerchio di luce giallognola, scarpe da tennis e jeans come abbigliamento, fiammiferi e candela per lasciare tracce di nerofumo sulle pareti, un rotolo di spago sottile, nel ricordo di Arianna, e forse un termometro. Le esplorazioni profonde furono un paio. Si entrava dalla feritoia strisciando e trattenendo il fiato per essere più sottili. Superato l’angusto varco, il passaggio diventava abbastanza comodo ma ben presto svanivano gli ultimi chiarori provenienti dall’apertura. Qui abitava una colonia di pipistrelli, estremo baluardo del mondo civile. Ricordo che all’inizio del tragitto si trovavano incisi o tracciati sulle pareti vari segni dei precedenti esploratori, poi, ad un certo punto, si aveva l’impressione di avventurarsi in luoghi vergini. Dopo un’altra strettoia che costringeva gli speleologi a farsi sogliole (ma questa strettoia era quasi verticale) si accedeva di nuovo, mi pare, a un cammino più facile e spazioso, un po’ in salita e un po’ in discesa, fino a un ruscelletto. Ho ancora l’impressione di sentire il suo scorrere quieto nel silenzio assoluto. Oltre c’era una sorta di piccola «stanza», con formazioni che potevano ricordare stalattiti e stalagmiti, e più in là una seconda «stanza», molto bassa, nella quale avremmo dovuto avanzare carponi, su rocce viscide di fango. Ma qui ci fermammo. L’ultimo vago ricordo personale è legato a insetti o crostacei biancastri. E al senso di soffocamento provato nell’uscire dalla feritoia che mi riportava nel mondo, dalla quale per qualche istante temetti di non riuscire più a passare. Di quanto ci saremo allontanati dall’ingresso? Difficile farsene un’idea: il filo di Arianna, peraltro inutile ai fini dell’orientamento, non fu mai misurato. Diciamo una cinquantina di metri.
Ma qui bisogna ricordare che chi scrive è un giornalista e una volta Mark Twain, mentre era in Europa, dovette inviare a un giornale americano un telegramma di smentita. Il testo diceva. «La notizia della mia morte è esagerata».




