Ad Alba per la Maratona Fenogliana. Riuscita bene. Bello chiacchierare con Margherita, la figlia di Beppe Fenoglio. Bello sentire tanti ragazzi leggere “I ventitré giorni della città di Alba”. Bello tornare verso il Tanaro al parcheggio vicino al Luna Park percorrendo le vie allegre del venerdì sera albese, in un saturante profumo di Nutella. Senza ombrello sotto una pioggerella rada. Sono andato a scavare nei ritagli. Il mio primo pezzo su Fenoglio è del 17 luglio 1968, recensione del “Partigiano Johnny” sulla “Gazzetta del Popolo”, nella pagina del mitico Diorama Letterario fondato da Lorenzo Gigli. Scrivevo di Fenoglio: “La sua abilità nel creare un clima di calma attesa, di pigra inazione, subito rotto da un’esplosione di colpi e dalla tragedia del sangue che scorre rosso e abbagliante, carico quasi di un potere ipnotico, è esemplare. Così tutto il libro è un’alternarsi di pause distensive in cui l’azione sembra rallentarsi fino all’immobilità e di subitanee azioni di guerra, rese con un realismo e un’incisività che sanno di tecnica cinematografica. E tra gli scontri a fuoco si delinea il paesaggio delle Langhe, sentito con una intensità poetica tutta speciale, molto diversa da quella pavesiana. A Fenoglio non interessa la collina-mito, nelle Langhe non c’è per lui niente di misterioso e di barbarico; gli interessa invece la Langa umanizzata, quella dei casolari, delle stalle e dei campi coltivati.”






