L’ottica adattiva delle capesante

L’ottica adattiva delle capesante editoriale pubblicato nella rivista BBC Sky at Night

Al ristorante la chiamiamo capasanta. Per i pellegrini in marcia verso Santiago di Compostela è la “conchiglia di San Giacomo”.  Linneo nel 1758 le assegnò il nome scientifico Pecten jacobeus. Bene: la rivista “Current Biology” ha pubblicato uno studio sugli occhi di questo mollusco che noi appassionati di stelle e telescopi dovremmo leggere.

Prima di finire nel menù degli antipasti, le capesante vivono in conchiglie bivalvi di 12-14 centimetri. Diffuse in tutto il Mediterraneo, si spostano sul fondale aprendo e chiudendo le valve a scatti, una propulsione improbabile e tuttavia funzionante, che in meccanica dei fluidi ha dato origine al “teorema della capasanta”.  Ma questa non è la loro unica stranezza. Poiché non sono immobili, le capesante traggono vantaggio dal senso della vista, tanto che possiedono circa 200 occhi disposti lungo il bordo della conchiglia. Il fatto curioso è che per questi sensori l’evoluzione ha sviluppato un sistema ottico che fa pensare ai telescopi più sofisticati, come quello europeo da 39 metri in costruzione sulle Ande che sarà pronto nel 2027.

Entrata nella pupilla della capasanta, la luce incontra una lente, due retine e uno specchietto curvo fatto di cristalli dell’amminoacido guanina. Dalla parte posteriore dell’occhio, lo specchietto riflette la luce sulla superficie interna delle retine, i cui neuroni inviano segnali elettrici a un ganglio di cellule nervose che controlla l’intestino e il muscolo adduttore della capasanta. Cioè elabora il segnale luminoso al servizio delle funzioni vitali del mollusco.

Ma c’è un problema, dice Dan Speiser, Università del Sud Carolina, autore senior dell’articolo su “Current Biology”. La retina principale riceve una immagine quasi del tutto sfocata perché è troppo vicina allo specchietto, cosa che pare biologicamente insensata. Speiser e colleghi ritengono quindi che lo specchietto delle capesante si deformi in tempo reale per mettere a fuoco la luce, come avviene nei più moderni telescopi a ottica adattiva, che 100 volte al secondo correggono le distorsioni dovute alla turbolenza dell’aria.

Inoltre nelle capesante una prima grossolana messa a fuoco avviene grazie alla cornea, le cui cellule cambiano da sottili e piatte ad alte e lunghe. In pratica, una ottica attiva.  Ma c’è di più. I segnali elettrici delle cellule retiniche sono prodotti da molecole di opsina che “scaricano” ricevendo i fotoni, e le capesante hanno una quantità di opsina tre volte maggiore della nostra. Esistono almeno 12 tipi di opsina. Non è chiaro se nelle capesante si esprimano tutti ma gli scienziati stanno esaminando l’ipotesi che abbiano canali specializzati per i vari colori dello spettro visivo e ne traggano informazioni sull’ambiente, proprio come fanno gli astronomi con i loro spettroscopi.

L’ottica adattiva delle capesante editoriale pubblicato nella rivista Bbc Sky at night, disponibile per l’acquisto su sprea.it

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