Il mio primo libro. Raffaello Brignetti (1921-1978) è stato uno dei nostri rarissimi scrittori di mare. Giornalista e inviato speciale, fu un grande poeta in prosa, purtroppo immobilizzato in seguito a un incidente d’auto nel quale fu soccorso malamente, e troppo presto scomparso. Ebbe il Premio Viareggio nel 1967 per “Il gabbiano azzurro” e il Premio Strega nel 1971 per “La spiaggia d’oro”.
La collana della casa editrice Mursia “Invito alla lettura”, diretta da Mario Miccinesi, individuò tutti i più importanti narratori del secondo Novecento (tra gli altri, Vittorini, Fenoglio, Bassani, Calvino, Gadda, Elsa Morante, Primo Levi, Dino Buzzati) e affidò i saggi su di essi a critici letterari e scrittori affermati o emergenti (Walter Mauro, Massimo Grillandi, Giuseppe Bonura, Ernesto Ferrero, Carlo Sgorlon, Claudio Toscani, Fiora Vincenti, Elena Clementelli…).
Curioso il motivo che mi portò a essere autore del saggio su Brignetti. Il curatore della collana, Mario Miccinesi, gli domandò se avesse qualche nome da suggerire. Non ci conoscevamo affatto, ma sulla “Gazzetta del Popolo” avevo recensito “La spiaggia d’oro” con toni piuttosto acidi. E Brignetti fece il mio nome proprio perché la mia recensione era stata “cattiva”. Il che dice molto sulla mia giovanile presunzione e sulla generosità di Raffaello Brignetti.
Assaggio: Invito alla lettura di Raffaello Brignetti
L’isola del Giglio è una collina alta quasi cinquecento metri con attorno un mare azzurrissimo che batte contro scogliere rocciose e penetra ancor oggi, nonostante l’industria del turismo, in calette intatte. C’è un piccolo porto, ci sono pini marittimi e un sottobosco di cespugli bruciati dal sole che nell’ora meridiana par di sentir crepitare (…) In questa terra fuori dal mondo, dove la vita ha ancora aspetti elementari, nella frazione di Giglio Castello – cioè nel borgo alto, tutto vicoli sinuosi, scalinate e porticati scuri – Raffaello Brignetti è nato il 21 settembre 1921: e la condizione di insulare sarebbe rimasta come un cromosoma, una componente genetica fondamentale per l’uomo e per lo scrittore. (…)
Prigionieri dei nazisti nel campo di Wietzendorf si trovarono, con Brignetti, molti intellettuali: giornalisti e scrittori come Massimo Alberini, Nino Badano, Stelio Tomei, Nelio Ferrando, Giovanni Guareschi; critici d’arte come Luigi Carluccio (che poi si sarebbe ritrovato alla “Gazzetta del Popolo” con Stelio Tomei), studiosi di letteratura come Ettore Bonora (poi titolare della cattedra di letteratura italiana alla Facoltà di Magistero di Torino), filosofi come Enzo Paci. Tutti insieme diedero vita a iniziative che, per i tempi e le condizioni, sembrano oggi incredibili. Tomei mise in scena una riduzione teatrale del Dialogo di Torquato Tasso con il suo genio familiare; Carluccio organizzò per Natale un dramma sacro con accompagnamento musicale; altri curavano regolarmente dei “giornali parlati”; altri ancora dipingevano facendosi i colori con terra ed erbe masticate.
Fu in questo clima che Brignetti, contro ogni aspettativa, casualmente (non per niente il “caso” ha tanta importanza nella sua narrativa e nella sua visione del mondo), sentì nascere la vocazione letteraria. Tomei, con altri amici giornalisti, organizzò infatti un concorso per un racconto chiamato “Fine Stagione”, formula che era anche un augurio, alludendo alla fine della prigionia, e Brignetti, con una cinquantina di altri internati, vi partecipò, riportando il secondo premio, consistente in un disegno, mentre il primo – una razione di pane – andò a Nelio Ferrando, che scriverà poi il romanzo Un giornale per Luca, pubblicato nella Medusa di Mondadori.
